Rifugio Lorenzi_RAL

Rifugio Lorenzi

Cortina (Bl), Veneto, Italia

cliente: privato

superficie: 350mq

2022-wip

descrizione:

l rifugio Guido Lorenzi è un rifugio alpino dolomitico situato in mezzo alle cime del gruppo del Cristallo, in provincia di Belluno nel comune di Cortina d’Ampezzo, a 2.932 metri di altitudine e chiuso dal 25 luglio 2016 a causa della dismissione dei famosi ovetti che portavano dal Rifugio Son Forca a Forcella Staunies dove è situato il rifugio.
Il rifugio è sito lungo la via ferrata Ivano Dibona, accessibile dal passo Tre Croci nei pressi di Cortina d’Ampezzo.
Con la previsione di realizzare una funivia moderna che porta al Rifugio e con l’arrivo delle Olimpiadi Invernali del 2026 è ora necessario ripensare questo rifugio anche in base al tipo di turismo che ora popola le nostre montagne.
Da qui la necessità di aumentare i posti a sedere per godere di un pranzo o cena calda con vista sul magnifico panorama che questo raro tesoro oramai abbandonato ci riesce a donare con la sua magnifica posizione che ne fa spaziare la vista dalle 3 Cime di Lavaredo alla Conca Ampezzana.

Costruire è, ontologicamente, un atto fondativo. In alta quota – ovvero oltre il limite dei pascoli o il sistema degli ospizi a servizio dei viandanti nei principali valichi alpini fin dal Medioevo – tale azione rappresenta, poi, anche un evento eccezionale. Nonché piuttosto recente. Ovvero, collocabile tutto a valle della “invenzione” del paesaggio alpino operata dall’Illuminismo, sul finire del Settecento. Un’epopea – scientifica, letteraria, edilizia, infrastrutturale, sportiva – magistralmente ricomposta in grandi quadri  interpretativi  da  Antonio  De Rossi, perciò  chiamato  a  introdurre questo volume. I rifugi rappresentano l’anello terminale di una, spesso prevaricante, azione di antropizzazione; di una “città che sale” alla “conquista” dei monti. Una sorta di colonizzazione che avviene tanto attraverso le gesta degli scalatori – che a fine Ottocento  considerano  l ’intera  catena  alpina  il  playground of  Europe  -, quanto attraverso cantieri straordinari. Ecco che, come ribadito più avanti, la vicenda della costruzione dei ricoveri per alpinisti sottende la contrapposizione di due paradigmi: quello “urbano” e quello “altro” (l’idea di natura, di wilderness, di straniamento).

 

Nel tempo, a seconda del paradigma prevalente, variano via via tipologie edilizie, valori  standard, criteri  di  accoglienza, parametri  normativi, modelli  di  gestione, aspettative di comfort. Inoltre, come spesso ricordato da Annibale Salsa, rifugi e bivacchi sono un presidio territoriale3 . Simili a sentinelle, essi vigilano sulle terre alte,  misurandone,  spesso  fisicamente,  le  modificazioni.  Si  pensi  alle  scelte localizzative in funzione della geomorfologia. In certi casi, oggi, a distanza di oltre un secolo dalla loro fondazione, certe strutture rivelano per esempio la colossale ritirata delle coltri glaciali, un tempo attigue e oggi distanti decine di minuti di cammino o, anche, più di un centinaio di metri di dislivello; un salto di quota drammaticamente reificato nelle falesie rocciose che si spalancano verticalmente a pochi metri dalla capanna, superabili talvolta solo grazie a dotazioni artificiali.

I  rifugi  sono  anche  un  presidio  culturale: in  quanto  sia  veicolo  di  una  certa “educazione  ambientale”,  sia  materializzazione  di  un  particolare  modello  di sociabilité, legato all’osservanza di una serie di regole più o meno esplicite. Di qui, da un lato emerge la particolarità di un modello di accoglienza e ospitalità, la cui offerta non può essere confusa o barattata con alcun altro tipo di ricettività turistica. Dall’altro, va rilevato il ruolo chiave della figura del custode o guardiano, capace d’imprimere indelebilmente nella memoria dei frequentatori la loro esperienza di un luogo, anche quando estemporanea. Si pensi a Ulysse Borgeat al Couvercle, o a Bruno Detassis al Brentei, vere e proprie icone che rendono inscindibile l’immagine del rifugio da quella del rifugista. O ancora, si pensi a certe famiglie in cui la “vocazione” è tramandata ereditariamente. Inoltre, rifugi e bivacchi sono solitamente scrigno di storia e di memoria. La storia territoriale dell’esplorazione delle montagne, a valle della fondazione dei sodalizi alpinistici nazionali, tra 1862 e 18794, uno dei cui scopi precipui è proprio la costruzione di ricoveri per i rispettivi affiliati. La storia alpinistica che tali ricoveri contribuiscono a scrivere come punto di appoggio per le ascensioni o come provvidenziale riparo durante tragiche ritirate. La storia politica dei territori, rispetto alla quale l’erezione di una capanna testimonia la rivendicazione di un’appartenenza (si pensi alle contese irredentistiche per i rifugi nelle Dolomiti di Brenta), o la demarcazione di un confine (è il caso, paradossale, del rifugio Europa).

La storia militare legata alla difesa dei confini, sfociata nel dramma della “guerra bianca” nel 1915- 18 o nelle azioni partigiane e nelle rappresaglie nazifasciste durante la Resistenza nella Seconda Guerra Mondiale. E ancora, soprattutto in area francese e italiana, la memoria di persone (in genere alpinisti, ma anche benefattori o altre figure), accadimenti e gruppi militari eternata nelle dedicazioni delle strutture. Infine, entrando nel merito della vicenda edilizia, e cercando di agganciarla alla storia architettonica  più  generale,  si  rileva  la  basicità  delle  archetipiche  soluzioni pionieristiche  della  seconda  metà  dell’Ottocento  (in  precedenza,  i  pochi apprestamenti  sono  tutti  effimeri), realizzate  empiricamente  anche  per  quanto concerne  la scelta  localizzativa; ovvero, per  prova  ed  errore, in  rapporto  alla probabilità del verificarsi di eventi catastrofici quali valanghe, frane, cadute di massi, bufere e altri fenomeni atmosferici o tellurici. In genere, trattasi di strutture in pietra, d’impianto quadrangolare, che progressivamente si affrancano dall’addossamento alla  parete  naturale.  In  seguito  si  mettono  a  punto  le  prime  soluzioni  di prefabbricazione in legno, per poi tornare, a cavallo del Novecento, alla pietra, con l’alberghetto di montagna e, soprattutto, la stereotipizzazione del modello teorizzata dall’Heimatschutz, dalla duratura fortuna. Tranne rarissime sperimentazioni formali, tipologiche o costruttive (con Armando Melis, Hans Leuzinger o Paul Chevalier) tra le due Guerre, bisogna attendere gli anni Sessanta per registrare i primi progetti site specific: dalla ricerca paziente di Jakob Eschenmoser alle sperimentazioni di Guy Rey- Millet. Dopo la parentesi della figuratività al contempo astratta ed evocativa dei “bivacchi “bivacchi spaziali” negli anni Settanta e l’indigestione da grandi numeri del decennio successivo, con la ratificazione della Convenzione delle Alpi nel 1991 e le prime manifestazioni di ecologismo, si giunge a una sensibilizzazione collettiva che porta ad affrontare il tema con maggiore attenzione, seppur talvolta non immune dalla retorica della fascinazione per l’immagine.

Così, dopo essere rimasto a lungo escluso dal dibattito culturale e architettonico perché considerato tecnicista e marginale se non prosaico, con il passaggio del millennio il tema del progetto dei ricoveri di montagna ascende a una legittima ribalta, supportato da molte realizzazioni d’interesse riconosciuto dalla critica e trattato da numerosi studi e pubblicazioni. Assunto che si stimano oltre duemila strutture tra rifugi e bivacchi su tutto l’arco alpino, la progettazione in quota – sia essa  ex novo o  un  intervento  sull’esistente  – si  connota  come  un  campo  di straordinaria varietà culturale e disciplinare, uno spazio per intuire e azzardare quello che non si osa fare altrove, una p oficua parentesi per provare a elaboraresoluzioni costruttive e abitative innovative.

Invia
Buongiorno, avrei necessità di informazioni.