L’ARCHITETTURA D’ALTA QUOTA

L’architettura d’alta quota, dove nasce?

Nasce nel celebre sito di Montenvers, posto a 1.913 metri di altitudine sopra Chamonix, dove ha luogo negli ultimi anni del ‘700 la costruzione della prima architettura destinata a ospitare viaggiatori ed esploratori dei territori d’alta quota.

L’edificio, che si affaccia sul Mer de Glace, viene denominato Temple de la Nature, ed è dovuto all’iniziativa dello scrittore e “proto” alpinista Marc Théodore Bourrit.

E’ da quel momento che ha inizio la conquista costruttiva degli spazi d’alta montagna.

Nell’Ottocento arriveranno le prime costruzioni dei club alpini e dal 1890 Gustave Eiffel e Xaver Imfeld realizzano sulla vetta del Monte Bianco il celebre osservatorio Janssen, che verrà inghiottito dai ghiacci della montagna nel 1909.
Negli anni trenta del ‘900 l’architetto francese Paul Chevalier costruisce sempre sul Bianco una serie di rifugi che rappresentano la prima sistematica riflessione intorno al tema della prefabbricazione, del montaggio e dell’uso di materiali moderni e leggeri in un cantiere estremo d’alta montagna.


Ma non ci sono solamente i rifugi. Emblematici restano ad esempio gli exploit del polytechnicien biellese Dino Lora Totino, che nel 1939 inaugura l’impianto del Plateau Rosa, che allora costituiva «la più lunga ed alta funivia del mondo». E sempre Totino inaugurerà, il 22 dicembre 1959, la téléphérique des Glaciers del Monte Bianco, altro tour de force d’alta quota.

Ma rifugi, funivie e osservatori scientifici d’alta quota rappresentano qualcosa di più di una semplice avanguardia tecnica per mezzo della quale la modernità conquista l’alta montagna.

La costruzione d’alta quota, proprio in virtù del suo carattere estremo, rappresenta infatti il metodo per comprendere gli immaginari e le modalità di concettualizzazione di temi come la natura o la tecnica.
C’è ad esempio qualcosa, nell’idea del rifugio d’alta montagna, che da sempre affascina i progettisti dello spazio fisico, architetti, ingegneri, o altro essi siano.

È qualcosa – ma questo vale per tutti, non solo per loro – che innanzitutto tocca e mette in movimento le corde del primigenio: fuori la maestosità della natura ostile, dentro la comunità degli uomini, in un’opposizione di caldo e freddo, luce e oscurità. Tra loro, la membrana protettrice e materna del rifugio o del bivacco.

Analogamente all’alpinista – che celebra nell’abbraccio con la roccia in verticale il confronto-scontro con la Natura-Verità –, il progettista ricerca nell’incontro con l’alta montagna il limite delle proprie possibilità costruttive e trasformative dell’ambiente, segnate da vento, valanghe, neve, morfologia e substrato del sito, esposizione. Vi è qualcosa di morale, di etico in tutto questo, ma anche al tempo stesso una sorta di nostalgia: ritrovare nella natura estrema la legittimazione e la radice del proprio operare.


Da un lato quindi il rifugio come materializzazione di sensazioni primordiali, dell’immaginario della cabanne rustique primitiva, dall’altro il desiderio – in uno dei pochi territori dove il dominio della tecnologia non è ancora assoluto – di un’idea semplice e lineare della funzionalità e della tecnica a partire dall’oggettività della Natura.

Ma non ci sono solamente queste immagini. Molti appassionati e frequentatori della montagna chiedono infatti a oggetti come rifugi e strutture tecniche di assumere le forme di architetture tradizionali in pietra e legno, anche se in realtà a queste quote non è mai stato costruito niente di simile.


Il dibattito tra fautori di un’architettura dall’immagine tradizionale “a prescindere” e coloro che invece pensano che la costruzione debba confrontarsi con i caratteri dell’ambiente d’alta montagna ha toccato in tempi recenti e soprattutto in Italia discussioni interessanti.

L’architettura dei rifugi deve essere tecnicamente affrontabile con semplicità, ma al contempo fondersi con la Natura circostanze, questo è imprescindibile, perché la Natura ad ogni quota merita rispetto da parte dell’uomo e del suo operare.

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